IL VINO COTTO

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Definito in dialetto “vì cotto” (per l’abitudine fonetica di troncare l’ultima sillaba dei sostantivi), il vino cotto è bevanda antichissima, in cui rivivono tanti elementi della nostra tradizione e della nostra cultura: il mosto (delle uve locali Cacciò, Chiapparò , Pecurì, Maceratì, Passerì, Pagadebiti, Galoppa, Santa Maria, e un’indefinita “uva marchigiana” dal colore caratteristico) viene scaldato (cotto) a fuoco diretto, in caldaie di rame fino a farne evaporare un terzo – la metà dell’acqua, spesso aggiungendo, a  scopo aromatizzante, qualche mela cotogna in ragione di una per ogni quintale d’uva circa. Prodotto tipicamente marchigiano, interessa solo una ristretta zona enologica, quella del maceratese ed una parte del fermano. Fino a duecento anni fa era ancora esportato in barili su navi in partenza dal porto di Ancona per molti Paesi d’Europa. La millenaria storia del vino cotto Piceno è da ricollegare ad uno dei primi metodi di trasformazione delle uve generate nell’area geografica che gli antichi greci (Ecateo) denominavano Enotria (Italia, terra dei vini). Con il toponimo “Piceno” ancora oggi si individua infatti gran parte della zona centro-meridionale della Regione Marche che dalla catena appenninica scende al mare; l’area di produzione si estende appunto in quel territorio del Piceno facente parte delle Province di Ascoli Piceno e Macerata, che dal fiume Tronto arriva al Potenza. All’interno di questo territorio la produzione è ottenuta secondo una tecnica tramandatasi dagli antichi metodi di preparazione  e di invecchiamento che ancora oggi permette di ottenere una bevanda dalle singolari caratteristiche organolettiche, dal sapor d’uva passita, calda al solo sguardo, morbida al palato, unica per il senso di benessere che insorge con la sua degustazione.  

Come frequentemente ci narra nei suoi scritti il poeta di Petriolo Giovanni Ginobili, nelle campagne marchigiane la vendemmia offre la possibilità di preparare con il vino cotto un prodotto adatto ai più diversi utilizzi: “le mammine del tempo andato lavavano il corpicino dei piccini con vino cotto e specialmente le gambette” (“Folklore Marchigiano”); frequentissimo era, inoltre , l’utilizzo di questo prodotto, così caro alla nostra terra. Vuole la tradizione che, conservato in botti di rovere, costituisse un principio medicamentoso atto a conservare lucentezza alla pelle, curare gli eritemi dei bambini, risanare gli effluvi degli aliti e, principalmente, sollevare lo spirito umano dalla monotonia di ogni giorno. Non c’era contadino o mezzadro che un tempo non avesse la propria botte di vino cotto; accanto alle botti normali c’era , anzi, una botticella di cui solo il padrone di casa aveva la chiave, perché conteneva il vino cotto da “spillarsi” nelle grandi occasioni. Le manifestazioni propiziatorie e di ringraziamento al potere divino che si accostano a questa bevanda, si rivivono ogni anno nella “Festa del vin-cotto”: cerimonia popolare estiva che si celebra in Loro Piceno, ove i migliori produttori espongono ed offrono questo ottimo prodotto.

Foto: Renato Gatta


Se volete sapè come se fa lo vì cotto adesso ve lo dico.
Dopo avè rcordo l’ua, se pista vè dentro la canà e ppo se pija lo musto che scappa e se mette dentro a ‘na callara de rame ghija mista sopre lu treppiè. Jè si piccia lu focu sotto finghè non arza lu vojore.
   Se volete sapere come si fa il vino cotto, adesso ve lo dico.
Dopo aver raccolto l’uva, si pista bene e poi si prende il mosto che scappa e si mette dentro a un contenitore in rame già collocato sopra il treppiedi. Gli si accende il fuoco sotto finchè non alza il bollore.
 
Pe ffa ste cose va porbio vè la fornaciola!
Con ‘mbo de legne grosse se mantene lu focu perché lo musto ha da vujì piano piano finghè non ne cala un tèerzu o la mità. Intando se pulisce vè la votte e se gurada vè li cerchi, perché se adè dozzinali, e cioè troppi fini, c’è periculu che li strucca.
 
   Per far queste cose va proprio bene la “fornaciola” *
Con un po’ di legne grosse si mantiene il fuoco perché il mosto deve bollire piano piano, finchè non ne scenda un terzoo, almeno, la metà, a forza di bollire. Intanto si pulisce bene la botte e si guardano bene i cerchi, perché se sono dozzinali, e cioè troppo fini, c’è pericolo che si rompano.
A quistu puntu, lo musto cuscì callo se vutta tutto dentro sta votte e sse fa quasci pina. Ce se mette un pampino de ficu e un mattò pe tappu e ppò se le lascia fa.
 
  A questo punto il mosto così caldo va tutto dentro questa botte. Ci si mette un pampino di fico e un mattone per tappo e poi lo si lascia stare.

 
Verso Sammartì, li unnici de novembre, jè se da ‘na guardata; se adè chiaro e se te ne va, te ce poli pure ‘mbriaca!”   Verso Sammartino, l’undici di novembre, si va a dare una guardata; se è chiaro e se ne hai voglia, ti ci puoi anche ubriacare.
   
*(contenitore più o meno grosso a seconda della terra che uno possedeva, a cui si faceva un muretto rotondo e si lasciava sollevato da terra, così tanto da potervi far fuoco sotto).

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